Selva del Lamone: un labirinto selvaggio tra mito e natura

Perdersi nella Selva del Lamone non è solo un modo di dire. È successo davvero a una collega della Regione Lazio e a suo marito: un’escursione improvvisata, poche precauzioni… e via, inghiottiti dal verde. Hanno passato la notte all’aperto, per fortuna era estate. Il mattino seguente ci volle un elicottero per trovarli tra gli alberi. La Selva si era mostrata in tutta la sua essenza: affascinante, misteriosa e senza compromessi.

Situata nel versante nord della provincia di Viterbo, a ridosso della Toscana, la Selva del Lamone si estende su un antico tavolato lavico nato dal vulcano Vulsinio oltre 50.000 anni fa. Un luogo aspro e selvaggio, da sempre circondato da un’aura di mistero. Nel Cinquecento lo stesso Annibal Caro lo descriveva come un territorio “da tregenda”, degno delle peggiori leggende.

A rendere ancora più surreale l’ambiente, ci pensano i massi vulcanici disseminati ovunque: alcuni sembrano funghi giganti, altri guglie o profili animaleschi. Coperti di muschio, si fondono perfettamente con l’ambiente, come opere d’arte modellate dal tempo e dalla natura.

Con i suoi circa 2000 ettari di bosco fitto e senza punti di riferimento, la Selva è un paradiso per escursionisti esperti, ma anche un luogo da esplorare con prudenza. I sentieri segnalati, come il celebre “Sentiero dei Briganti”, conducono tra viottoli pietrosi e scenari da romanzo. Uno di questi tracciati porta ai resti della Roccoia, un antico insediamento protostorico poi utilizzato dagli etruschi. Le tracce del passato si nascondono ovunque: a Rofalco, Strompia, Valderico, tra ruderi di villaggi, necropoli, cisterne, ponti, strade romane e luoghi di culto dimenticati.

Qui il re indiscusso è il cinghiale – niente di nuovo, ormai è ospite fisso anche nei centri urbani. Ma nella Selva si possono avvistare anche istrici, volpi, faine, gatti selvatici, scoiattoli, lepri, caprioli e – alzando lo sguardo – magari anche un picchio rosso.

Tra gli alberi si alternano cerri secolari, lecci, aceri, roverelle, carpini, noccioli selvatici, ma anche specie più rare come il bagolaro, tutto avvolto da liane, pungitopo e rampicanti. A terra, un tappeto di erbe aromatiche e funghi, tra prugnoli, biancospini, agrifogli e vitalbe. In primavera, esplodono i colori dei ciclamini, delle orchidee selvatiche e delle margherite.

Nell’Ottocento, la Selva del Lamone era il rifugio ideale per i briganti maremmani. Questi uomini conoscevano il territorio alla perfezione e per i gendarmi che li inseguivano era una trappola naturale. Ancora oggi, con un po’ di immaginazione, tra le nebbie del mattino, pare di intravedere le ombre di Tiburzi, Basilicco, Ansuini e altri “galantuomini” del tempo. Alcuni li vedono come Robin Hood della Tuscia, altri li ricordano come spietati assassini. La verità, probabilmente, sta nel mezzo.

Un altro gioiello naturalistico è il torrente Olpeta, che scorre lungo il confine sud della Selva, dando vita a due spettacolari cascate: Pelicotonno, più scenografica, e Salabrone, più selvaggia e nascosta. Il torrente nasce dal laghetto di Mezzano, poco distante, e confluisce nel Fiora, attraversando paesaggi intatti e incontaminati.

Per visitare la Selva in sicurezza, è consigliato passare dal Centro Visite di Farnese (tel. 0761.458861), dove si possono prenotare guide esperte. Il centro si trova vicino al vecchio lavatoio, location delle riprese di Pinocchio di Comencini (1972) con Nino Manfredi e Gina Lollobrigida.

E se dopo l’escursione vi viene fame, fate tappa al rifugio “Casale Lamone” (tel. 339.4853713), dove potete gustare il suggestivo “Pranzo del Brigante”: piatti rustici come acquacotta, bujone di cinghiale, spinosa e pezzata – una pecora bollita in brodo che sa di tradizione antica.

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