Quando la Tuscia era terra di briganti

Tra le pieghe della storia e le pieghe della terra, nelle zone selvagge al confine tra lo Stato Pontificio e il Granducato di Toscana, si muovevano – tra il XIX e l’inizio del XX secolo – figure leggendarie che ancora oggi fanno discutere: i briganti della Maremma e della Tuscia.

Erano banditi, sì. Rubavano, sparavano, taglieggiavano. Ma col tempo, complici le ingiustizie sociali che hanno segnato la loro epoca, questi fuorilegge sono diventati quasi personaggi da romanzo popolare. Certo, i contadini del tempo non la pensavano proprio così, ma rispetto ad alcune nefandezze moderne, i briganti sembrano perfino… umani.

A guidare la banda più famosa c’era lui, Domenico Tiburzi, detto il Domenichino per la statura minuta. Originario di Cellere, aveva il carisma di un capo popolare e l’aura del giustiziere. Al suo fianco altri personaggi dai nomi da film: il Curato (Domenico Biagini), il Basiletto (Giuseppe Basili), il Cenciarello (Vincenzo Pastorini). Nomi che suonano come soprannomi di un’epopea rurale fatta di sangue, fango e vendetta.

Una stampa di Pinelli – cruda e diretta – ci mostra una scena di rapina a un viandante. Un’immagine eloquente del clima che si respirava in quelle terre: furti di bestiame, uccisioni, riscatti. Tra le “tasse” non ufficiali dell’epoca, spicca la tassa sul brigantaggio: una sorta di pizzo richiesto ai latifondisti in cambio di protezione.

Eppure, i briganti non erano sempre dalla parte dei più poveri. Si racconta di quando, durante uno sciopero di 300 mietitori esasperati, Tiburzi si presentò con doppietta in spalla e sigaro in bocca. Invece di difendere i contadini, li “invitò” a tornare a lavorare. Con un tono che lasciava poco spazio alla contrattazione.

Non mancavano episodi eclatanti, come l’evasione dal bagno penale di Corneto (Tarquinia) in cui Tiburzi e Biagini, con una cinquantina di compagni, fuggirono come in una sceneggiatura d’azione. Ma la brutalità non mancava. Come l’esecuzione del fattore del marchese Guglielmi, davanti a quaranta mietitori, proprio per mano del Domenichino.

All’interno delle bande vigeva un codice spietato: la disobbedienza si pagava con la vita. Nessuno era al sicuro, nemmeno gli amici più fidati.

E come non ricordare le “Belve di Valentano”: Giovanni Grossi (Fumetta) e Dionisio Costantini (Bustrengo), mai catturati, talmente temerari da andare a bere un caffè proprio accanto alla caserma dei carabinieri. Nel 1808, a Valentano, apparvero due teste mozzate appese alla porta del paese: quelle dei briganti Nocchia e Chiappa, messaggio chiaro e macabro alle comunità locali.

Le sparatorie con i carabinieri erano frequenti, spesso innescate da una soffiata. Celebre l’uccisione del Cenciarello in una grotta nei pressi di Canino nel 1877, e quella del Domenichino nel 1896 nei campi di Capalbio. Ma non sempre i briganti morivano in uno scontro a fuoco: a Pianiano, un prete accoltellò il brigante “Veleno” (Luigi Scalabrino) dopo essere stato minacciato per via della perpetua.

Oggi di quell’epoca turbolenta restano le storie, le leggende e soprattutto il “Sentiero dei Briganti”, un itinerario suggestivo di circa 100 km tra Lazio e Toscana, percorribile in auto, bici o a cavallo. Si parte da Vulci, si attraversano i resti della città di Castro, la misteriosa Selva del Lamone, il silenzioso Lago di Mezzano, i borghi storici di Latera, Gradoli, Onano, Proceno, fino a giungere alla Monaldesca all’interno della riserva di Monte Rufeno, nei pressi di Acquapendente.

Il viaggio è un vero tuffo nella storia, ma anche nella bellezza: castelli, palazzi, belvedere, musei, il tutto incorniciato da una natura ancora selvaggia. E durante le soste? Trattorie, agriturismi, pizzerie… e prodotti tipici da portare via: lenticchie di Onano, castagne di Latera, aleatico e olio extravergine di Gradoli, aglio rosso di Proceno.

Tra i gioielli storico-naturalistici spiccano le gole del Fiora, unite da un raro ponte etrusco-romano, l’area archeologica di Vulci con il Castello dell’Abbadia, la rocca di Proceno, il Palazzo Farnese di Gradoli e l’incantevole vista sul lago di Bolsena.

Un itinerario che è anche un’avventura. Ma attenzione… i briganti, forse, non sono mai scomparsi davvero.

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